Cannabinoidi 101
Tutto quello che c’è da sapere sui cannabinoidi: cosa sono, come agiscono e perché sono importanti, dalla chimica della pianta al sistema endocannabinoide del nostro organismo.

1. Cosa sono i cannabinoidi?
I cannabinoidi sono una classe di composti chimici che interagiscono con una rete di recettori diffusa in tutto il corpo umano e nel sistema nervoso. Sono noti soprattutto per la loro presenza nella pianta di cannabis, ma la loro storia va ben oltre.
Solo nella Cannabis sativa gli scienziati hanno identificato oltre 100 cannabinoidi distinti. Ognuno possiede una struttura molecolare leggermente diversa, ed è proprio questa forma a determinare il modo in cui interagisce con i recettori del nostro organismo, quali effetti produce e con quale intensità.
Esistono tre categorie di cannabinoidi, ed è utile conoscerle fin da subito:
- Fitocannabinoidi: prodotti naturalmente dalle piante, in particolare dalla Cannabis sativa, ma presenti in piccole quantità anche nel pepe nero, nell’echinacea e nel cacao.
- Endocannabinoidi: prodotti dal nostro stesso organismo quando servono. Sono le molecole di segnalazione naturali del nostro corpo per lo stesso sistema recettoriale.
- Cannabinoidi sintetici: creati in laboratorio, sia per scopi farmaceutici sia, in forme pericolose, come sostanze d’abuso ricreative.
Quando si parla comunemente di cannabinoidi, ci si riferisce quasi sempre ai fitocannabinoidi, in particolare a quelli derivati dalla canapa. I due più conosciuti sono il CBD (cannabidiolo) e il THC (tetraidrocannabinolo). Con il progredire della ricerca, tuttavia, un numero crescente di cannabinoidi minori – tra cui CBG, CBN, CBC e THCV – sta suscitando un interesse scientifico e commerciale sempre più concreto.
2. Come si formano i cannabinoidi?
Capire come la pianta di cannabis sintetizza i cannabinoidi aiuta a spiegare perché prodotti diversi a base di canapa hanno aspetto, profumo e comportamento così differenti, e perché i fiori di canapa grezzi e non riscaldati contengono composti diversi rispetto a un olio di CBD.
Il punto di partenza: il CBGA
Tutti i cannabinoidi nascono come acido cannabigerolico (CBGA), talvolta chiamato il “cannabinoide madre”. Il CBGA si forma a partire da due precursori più semplici, l’acido olivetolico e il pirofosfato di geranile, attraverso una reazione chimica che avviene all’interno dei tricomi della pianta, le minuscole strutture ghiandolari che ricoprono fiori e foglie.
A partire dal CBGA, specifici enzimi della pianta lo convertono in tre principali precursori acidi:
- CBDA (acido cannabidiolico), precursore del CBD
- THCA (acido tetraidrocannabinolico), precursore del THC
- CBCA (acido cannabicromenico), precursore del CBC
Il CBGA che non viene convertito da questi enzimi può a sua volta trasformarsi in CBG attraverso la decarbossilazione.
Decarbossilazione: come si attivano i cannabinoidi
Allo stato grezzo e naturale, i cannabinoidi si presentano sotto forma di acidi: il CBDA non equivale al CBD, così come il THCA non è psicoattivo come il THC. Il passaggio dalla forma acida a quella attiva avviene tramite la decarbossilazione, un processo che elimina un gruppo carbossilico (COOH) rilasciando CO₂.
Questo processo avviene naturalmente quando il materiale vegetale della cannabis viene:
- Riscaldato (fumato, vaporizzato, cucinato)
- Esposto a luce o aria per periodi prolungati (un processo più lento, che avviene nel tempo)
È per questo motivo che gli oli di CBD ottenuti da estratto di canapa vengono generalmente decarbossilati durante la lavorazione, per garantire che il CBD sia già nella sua forma attiva e utilizzabile. Allo stesso modo, la foglia di canapa grezza impiegata in succhi o capsule contiene CBDA anziché CBD, e alcuni prodotti vengono formulati appositamente per preservarne le forme acide originarie.
3. Il sistema endocannabinoide
Il sistema endocannabinoide (SEC) è uno dei sistemi regolatori più diffusi e importanti del corpo umano, eppure è stato scoperto solo agli inizi degli anni Novanta: un’epoca relativamente recente in termini scientifici, motivo per cui resta ancora meno conosciuto rispetto a sistemi come quello cardiovascolare o nervoso.
Il SEC è composto da tre elementi principali:
- Endocannabinoidi: molecole di segnalazione prodotte dal nostro organismo
- Recettori cannabinoidi: proteine presenti sulla superficie delle cellule, a cui si legano sia gli endocannabinoidi sia i fitocannabinoidi
- Enzimi: responsabili della sintesi degli endocannabinoidi quando servono e della loro degradazione una volta esaurita la funzione
I recettori CB1
I recettori CB1 si trovano prevalentemente nel cervello e nel sistema nervoso centrale, in particolare nelle aree che governano memoria, coordinazione, elaborazione del dolore e appetito: sono tra i recettori più numerosi in assoluto nel cervello. Quando il THC si lega ai recettori CB1 produce i caratteristici effetti psicoattivi della cannabis. Il CBD, al contrario, ha un’affinità molto bassa per questi recettori, il che spiega perché non provochi effetti intossicanti.
I recettori CB2
I recettori CB2 sono distribuiti soprattutto nel sistema immunitario e nei tessuti periferici, tra cui intestino, milza, fegato e pelle. Svolgono un ruolo chiave nella regolazione dell’infiammazione e della risposta immunitaria, motivo per cui i composti in grado di agire su questi recettori suscitano particolare interesse nella ricerca sulle condizioni infiammatorie.
Oltre CB1 e CB2
La ricerca ha rivelato che i cannabinoidi interagiscono anche con altri bersagli recettoriali, al di là dei due recettori cannabinoidi classici:
- TRPV1 (recettore vanilloide di tipo 1), coinvolto nella segnalazione del dolore e nella regolazione della temperatura corporea. Il CBD è un noto agonista di questo recettore.
- 5-HT1A (recettore della serotonina), coinvolto nella regolazione dell’umore e dell’ansia. È stato dimostrato che il CBD attiva questo recettore, il che potrebbe spiegare in parte i suoi effetti sull’ansia.
- GPR55, talvolta definito il “terzo recettore cannabinoide”, coinvolto nella densità ossea, nella pressione sanguigna e nella percezione del dolore.
- PPARγ, un recettore nucleare coinvolto nel metabolismo, nell’infiammazione e nella proliferazione cellulare.
Cosa fa davvero il SEC?
Il SEC viene talvolta descritto come un regolatore centrale, un sistema che contribuisce a mantenere l’equilibrio dell’organismo (omeostasi). Il suo coinvolgimento è documentato in numerosi ambiti, tra cui:
- Dolore e infiammazione
- Umore e risposta emotiva
- Memoria e apprendimento
- Appetito e metabolismo
- Cicli del sonno
- Funzione immunitaria
- Risposta allo stress
- Neuroprotezione
Va sottolineata una particolarità importante: a differenza della maggior parte dei sistemi di neurotrasmissione, il SEC funziona in un certo senso “al contrario”. Quando un neurone post-sinaptico diventa iperattivo, invia endocannabinoidi a ritroso verso il neurone pre-sinaptico per rallentare il segnale. Questa segnalazione retrograda rende i cannabinoidi una sorta di sistema frenante biologico, unico nel suo genere.
4. Fitocannabinoidi: i protagonisti
Ecco una panoramica dei cannabinoidi più rilevanti presenti nella canapa e, più in generale, nella pianta di cannabis.
CBD (Cannabidiolo)
Il CBD è il cannabinoide predominante nella canapa legale e il composto non psicoattivo più studiato della pianta. Non si lega in modo significativo ai recettori CB1 o CB2 nel senso classico del termine, ma modula il SEC indirettamente: inibisce l’enzima FAAH (che degrada l’anandamide, un endocannabinoide), attiva i recettori TRPV1 e 5-HT1A e agisce come modulatore allosterico negativo del CB1, il che significa che, quando presente insieme al THC, può in realtà attenuarne gli effetti.
La ricerca sul CBD è più avanzata rispetto a quella su qualsiasi altro cannabinoide. Le evidenze cliniche più solide riguardano l’epilessia: il farmaco a base di CBD Epidiolex è approvato dalla FDA statunitense per due rare forme di epilessia infantile, la sindrome di Dravet e la sindrome di Lennox-Gastaut. Al di là di questo ambito, un’ampia mole di studi preclinici e su soggetti umani sta approfondendo il ruolo del CBD in relazione ad ansia, sonno, infiammazione, dolore e neuroprotezione.
Stato legale: nell’UE, i prodotti al CBD ottenuti da varietà di canapa approvate possono essere venduti legalmente come integratori alimentari, a condizione che rispettino la normativa sui Novel Food e che il contenuto di THC resti al di sotto della soglia stabilita a livello nazionale (in genere tra lo 0,2% e lo 0,3%).
THC (Delta-9-Tetraidrocannabinolo)
Il THC è il principale cannabinoide psicoattivo della cannabis. Si lega in modo diretto e forte ai recettori CB1 nel cervello, producendo gli effetti intossicanti tipicamente associati alla marijuana. Nella pianta di canapa, il THC è presente solo in tracce: il limite legale nell’UE è dello 0,3% nel fiore essiccato, mentre nei prodotti finiti la soglia consentita è generalmente inferiore allo 0,2% (con variazioni da paese a paese).
Nonostante la sua fama, il THC è anche oggetto di ricerca medica legittima ed è il principio attivo di farmaci approvati contro la nausea (dronabinolo) e di una terapia combinata (Sativex, con un rapporto THC:CBD di 1:1) per la spasticità legata alla sclerosi multipla.
Stato legale: sostanza controllata oltre le soglie stabilite nella maggior parte dei paesi. Nei prodotti legali a base di canapa è presente solo in tracce.
CBG (Cannabigerolo)
Essendo il diretto prodotto di decarbossilazione del CBGA (il “cannabinoide madre”), il CBG ha guadagnato il proprio ruolo di molecola precursore. Nelle piante di cannabis giunte a maturazione, la maggior parte del CBGA è già stata convertita in altri cannabinoidi, per cui il CBG è generalmente presente in piccole quantità, a meno che la pianta non sia stata selezionata appositamente per trattenerlo. Oggi esistono cultivar di canapa sviluppate proprio per un elevato contenuto di CBG, che stanno alimentando una nuova generazione di prodotti come l’olio di CBG e l’isolato di CBG.
Il CBG interagisce sia con i recettori CB1 sia con i CB2 e inibisce inoltre la ricaptazione del GABA, un neurotrasmettitore ad azione calmante. La ricerca preclinica ne ha esplorato le potenziali proprietà antibatteriche, antinfiammatorie e neuroprotettive. I dati clinici su soggetti umani restano ancora limitati, ma sono in crescita.
Stato legale: non è classificato come sostanza controllata nella maggior parte dei paesi ed è legale nei prodotti derivati dalla canapa all’interno dell’UE.
CBN (Cannabinolo)
Il CBN si forma con l’ossidazione del THC nel tempo: è, in sostanza, THC “invecchiato”. I fiori di canapa esposti a calore, luce o aria accumulano gradualmente CBN. Nonostante questa origine, il CBN ha proprietà psicoattive molto deboli e ai livelli riscontrabili nei prodotti a base di canapa viene generalmente considerato non intossicante.
L’interesse verso il CBN riguarda soprattutto l’ambito del sonno, sulla base di ricerche preliminari e testimonianze aneddotiche. Le evidenze cliniche su soggetti umani restano tuttavia scarse, e gran parte della convinzione diffusa secondo cui “il CBN è il cannabinoide del sonno” si basa su studi di piccole dimensioni o preclinici. Mostra inoltre un certo potenziale come agente antibatterico.
Stato legale: generalmente legale nei prodotti derivati dalla canapa; raramente regolamentato in modo indipendente dal THC.
CBC (Cannabicromene)
Nella maggior parte delle varietà di cannabis, il CBC è il terzo cannabinoide più abbondante dopo THC e CBD, anche se spesso è presente solo in piccole quantità. Non si lega in modo significativo ai recettori CB1 o CB2, ma interagisce con altri bersagli recettoriali, tra cui TRPV1 e TRPA1, entrambi coinvolti nella segnalazione del dolore.
In ambito preclinico il CBC è stato studiato per le sue potenziali proprietà antinfiammatorie, antidepressive e neuroprotettive, e risulta particolarmente interessante se combinato con altri cannabinoidi (l’effetto entourage). Come il CBG, resta però ancora poco studiato sull’uomo.
Stato legale: non regolamentato in modo specifico; legale nei prodotti derivati dalla canapa.
THCV (Tetraidrocannabivarina)
Il THCV condivide una struttura molecolare simile a quella del THC, ma con una catena laterale più corta, il che ne modifica il modo di interagire con i recettori CB1. A basse dosi può comportarsi come antagonista del CB1 (bloccandone gli effetti), mentre a dosi più elevate tende ad agire più come un debole agonista. Questa duplice natura ha generato interesse verso il THCV come possibile strumento per la regolazione dell’appetito, il controllo della glicemia e la gestione del peso corporeo.
Il THCV è presente in concentrazioni molto basse nella maggior parte delle varietà di canapa ed è rilevante soprattutto in alcune varietà di cannabis originarie dell’Africa. È uno dei cannabinoidi più difficili da reperire in quantità significative.
Stato legale: ambiguo in alcuni paesi. A causa della somiglianza strutturale con il THC, è soggetto a un maggiore controllo normativo in diverse nazioni.
CBDA e THCA: le forme acide grezze
Questi precursori acidi (la “A” sta per “acido”) stanno suscitando un interesse crescente non solo come semplici intermedi di sintesi. Nei modelli preclinici il CBDA ha mostrato proprietà antinausea e ansiolitiche, con un’efficacia potenzialmente superiore a quella dello stesso CBD su alcuni bersagli recettoriali. Il THCA, pur non essendo psicoattivo nella sua forma grezza, ha mostrato proprietà antinfiammatorie e neuroprotettive nelle prime ricerche condotte.
I prodotti pensati per preservare gli acidi cannabinoidi grezzi devono evitare il calore e vengono generalmente conservati in modo diverso rispetto ai comuni oli di CBD. I nostri fiori di canapa contengono l’intero spettro di acidi cannabinoidi nella loro forma naturale e non lavorata.
5. Endocannabinoidi: la versione naturale del nostro corpo
I fitocannabinoidi affascinano anche per la loro straordinaria efficacia nel corpo umano, e il motivo è semplice: il nostro organismo possiede già un sistema costruito attorno a molecole equivalenti, che produciamo autonomamente.
I due endocannabinoidi principali sono:
Anandamide (AEA)
Il suo nome deriva dal sanscrito ananda, che significa “beatitudine”: l’anandamide è stato il primo endocannabinoide scoperto, nel 1992, dal team di Raphael Mechoulam. Si lega ai recettori CB1 e svolge un ruolo nella regolazione dell’umore, nella memoria, nella percezione del dolore e persino nei cambiamenti neurologici associati alla cosiddetta “euforia del corridore”, oggi attribuita dai ricercatori più all’anandamide che alle endorfine.
L’anandamide viene prodotta al bisogno e degradata rapidamente dall’enzima FAAH. Il CBD inibisce questo enzima, prolungando di fatto il tempo in cui l’anandamide rimane attiva nell’organismo: è uno dei principali meccanismi attraverso cui il CBD potrebbe influenzare indirettamente umore e percezione del dolore.
2-Arachidonoilglicerolo (2-AG)
Il 2-AG è presente nel cervello a concentrazioni molto più elevate rispetto all’anandamide ed è il principale ligando endogeno (la molecola che si lega ai recettori) sia per il CB1 sia per il CB2. Svolge un ruolo centrale nella neuroprotezione, nella regolazione dell’appetito e nella funzione immunitaria, e viene degradato dall’enzima MAGL (monoacilglicerolo lipasi).
Deficit clinico del sistema endocannabinoide (CECD)
Alcuni ricercatori, tra cui in particolare il dottor Ethan Russo, hanno proposto la teoria del deficit clinico del sistema endocannabinoide: l’ipotesi secondo cui in alcune persone il SEC sarebbe cronicamente sottoattivo, un fattore che potrebbe contribuire a condizioni come emicrania, fibromialgia e sindrome dell’intestino irritabile. Si tratta ancora di un’ipotesi e non di una diagnosi clinica riconosciuta, ma offre un possibile quadro teorico per spiegare perché i cannabinoidi di origine vegetale possano portare sollievo ad alcune persone affette da queste condizioni.
6. Cannabinoidi sintetici
Non tutti i cannabinoidi provengono dalle piante o dal nostro stesso organismo. Esistono due categorie di cannabinoidi sintetici molto diverse tra loro, ed è importante saperle distinguere con chiarezza.
Sintetici farmaceutici
I cannabinoidi farmaceutici legittimi sono stati sviluppati per trattare specifiche condizioni mediche. Tra questi figurano il dronabinolo (THC sintetico, impiegato contro la nausea da chemioterapia e la perdita di appetito legata all’AIDS), il nabilone (un analogo del THC usato per la nausea) e i nabiximoli (Sativex, un estratto vegetale standardizzato in forma farmaceutica). Si tratta di farmaci soggetti a prescrizione, rigorosamente regolamentati e utilizzati sotto controllo medico.
Cannabinoidi sintetici pericolosi
Spesso venduti come “incensi alle erbe” o “sballi legali” sotto marchi come Spice, K2 o Mamba, si tratta di composti completamente diversi, generalmente progettati per imitare il THC ma con un legame recettoriale molto più forte e imprevedibile. Sono stati associati a gravi reazioni avverse, episodi psicotici, eventi cardiaci e decessi. Non hanno alcuna relazione con i cannabinoidi derivati dalla canapa e non devono mai essere confusi con essi.
7. L’effetto entourage
Uno dei concetti più discussi (e dibattuti) nella scienza dei cannabinoidi è l’effetto entourage: l’ipotesi secondo cui cannabinoidi, terpeni e altri composti vegetali agiscono meglio insieme rispetto a ogni singolo composto isolato.
Il concetto è stato approfondito soprattutto dai dottori Raphael Mechoulam ed Ethan Russo. Nel suo influente articolo del 2011 pubblicato sul British Journal of Pharmacology, Russo sosteneva che la varietà fitochimica della cannabis conferisce agli estratti a base di pianta intera un raggio d’azione terapeutico più ampio rispetto al solo CBD o THC puri. Secondo questa teoria, terpeni come mircene, limonene e beta-cariofillene modulerebbero e potenzierebbero gli effetti dei cannabinoidi; il beta-cariofillene, in particolare, è esso stesso un agonista del CB2.
Cosa dicono davvero le evidenze
È importante mantenere un approccio equilibrato su questo tema. L’effetto entourage è biologicamente plausibile ed è supportato da diversi studi preclinici, condotti su cellule e animali; le evidenze cliniche solide sull’uomo che confrontano estratti a spettro completo e isolati restano invece ancora limitate. Diversi studi sul trattamento dell’epilessia hanno utilizzato estratti di pianta intera, e un numero crescente di ricercatori sostiene il principio della sinergia botanica. Detto questo, affermare che l’estratto a spettro completo sia sempre superiore all’isolato, per ogni persona e ogni utilizzo, sarebbe una semplificazione eccessiva.
Ciò che la teoria dell’entourage suggerisce con maggiore fondamento – e su cui esiste un consenso scientifico ragionevole – è che la complessità chimica della canapa vada oltre la semplice somma delle sue parti, e che eliminare cannabinoidi minori e terpeni a favore del solo CBD puro possa privare il prodotto di componenti potenzialmente utili.
8. Cannabinoidi e organismo: cosa dice la ricerca?
Ecco una sintesi onesta, organizzata per livello di evidenza, di ciò che la scienza sostiene attualmente.
Evidenze cliniche solide
L’epilessia è l’ambito con le evidenze più solide. Epidiolex (CBD purificato) è approvato dalla FDA statunitense e dall’EMA per la sindrome di Dravet e la sindrome di Lennox-Gastaut. Negli studi clinici ha ridotto in modo significativo la frequenza delle crisi rispetto al placebo: si tratta di un risultato senza precedenti, un composto cannabinoide autorizzato come farmaco su prescrizione sulla base di studi di Fase III.
Evidenze moderate e in crescita
L’ansia è tra gli ambiti più studiati al di fuori dell’epilessia. Diversi studi controllati sull’uomo hanno dimostrato che il CBD può ridurre l’ansia in contesti di disturbo d’ansia sociale, in prove di public speaking e in modelli di ansia generalizzata. Uno studio del 2019 (Shannon et al.), ampiamente citato e pubblicato su The Permanente Journal, ha rilevato che il 79% dei pazienti ha riportato una riduzione dei punteggi di ansia nel corso del primo mese di integrazione con CBD. Gli stessi autori sottolineano che si tratta di risultati promettenti ma ancora preliminari, e che restano necessari studi randomizzati controllati.
Il sonno è strettamente legato all’ansia, e diversi studi hanno riscontrato miglioramenti nella qualità del sonno con l’uso di CBD, soprattutto nei pazienti i cui disturbi del sonno erano secondari a stati ansiosi. Le evidenze sul CBD come trattamento primario del sonno in persone altrimenti sane sono invece meno consolidate.
Dolore e infiammazione sono tra le ragioni più citate per l’uso del CBD, e le evidenze precliniche in merito sono consistenti. Quelle cliniche sull’uomo sono in aumento, ma più contrastanti: diversi studi hanno riscontrato una riduzione significativa del dolore in pazienti con dolore cronico, e il prodotto combinato Sativex (CBD + THC) ha dimostrato efficacia negli studi clinici per il dolore neuropatico e per la spasticità legata alla sclerosi multipla.
Ricerca in fase iniziale e preclinica
Neuroprotezione: in modelli cellulari e animali, il CBD ha mostrato proprietà neuroprotettive per condizioni come Alzheimer, Parkinson e traumi cranici. Gli studi sull’uomo sono ancora in una fase molto iniziale.
Condizioni della pelle: i cannabinoidi applicati per uso topico hanno mostrato effetti antinfiammatori nella ricerca su acne e psoriasi, e sono attualmente in corso diversi studi clinici in ambito dermatologico.
Dipendenze e uso di sostanze: alcune evidenze preliminari suggeriscono che il CBD possa ridurre il craving indotto da stimoli associati nelle persone con disturbo da uso di oppioidi. Uno studio randomizzato in doppio cieco, controllato con placebo, condotto nel 2019 da Hurd e colleghi e pubblicato su The American Journal of Psychiatry, ha rilevato che il CBD riduceva in modo significativo craving e ansia indotti da stimoli in persone in astinenza da eroina. I ricercatori hanno inoltre osservato una riduzione di alcuni marcatori fisiologici dello stress, tra cui frequenza cardiaca e livelli di cortisolo.
Avvertenza importante: ai sensi della normativa dell’UE (e nella maggior parte dei paesi), i prodotti a base di cannabinoidi venduti come integratori alimentari non possono riportare specifiche indicazioni terapeutiche. Nessun contenuto di questa pagina deve essere interpretato come consiglio medico o come affermazione che i cannabinoidi siano in grado di diagnosticare, curare o guarire alcuna malattia. In presenza di una condizione medica, si raccomanda di consultare sempre un professionista sanitario qualificato.
9. Tipologie di estratti di cannabinoidi
Questa è una delle distinzioni più rilevanti, dal punto di vista pratico, per chiunque acquisti prodotti a base di cannabinoidi.
| A spettro completo | A spettro largo | Isolato | |
|---|---|---|---|
| CBD | Sì | Sì | Sì |
| Altri cannabinoidi | Sì (CBG, CBN, CBC, ecc.) | Sì (THC rimosso) | No |
| Terpeni | Sì | Sì (di norma) | No |
| THC | Tracce (fino allo 0,2%) | Non rilevabile | Assente |
| Effetto entourage | Potenziale massimo | Parziale | Assente |
| Rischio ai test antidroga | Basso ma possibile | Molto basso | Minimo |
| Indicato per | Massimo beneficio della pianta intera | Persone sensibili al THC | Dosaggio preciso, sensibilità particolari |
Gli estratti a spettro completo conservano l’intero profilo di cannabinoidi e terpeni presenti nella pianta originaria. Contengono tracce di THC, in genere inferiori allo 0,2% nei prodotti legali venduti nell’UE. Per la maggior parte delle persone, questo livello di THC non comporta alcun rischio psicoattivo né un rischio concreto ai test antidroga, anche se questo non può essere garantito per tutti, in particolare a dosaggi molto elevati.
Gli estratti a spettro largo vengono sottoposti a una lavorazione supplementare per eliminare il THC, mantenendo però gli altri cannabinoidi e i terpeni: rappresentano una via di mezzo pragmatica, capace di preservare i potenziali benefici dell’effetto entourage riducendo al contempo l’esposizione al THC.
L’isolato è la forma più pura di cannabinoide, priva di qualsiasi altro composto vegetale: è generalmente privo di sapore e di odore, il che ne facilita l’inserimento in altri prodotti.
10. Quadro normativo per ciascun cannabinoide
La normativa sulla cannabis resta uno degli ambiti più frammentati del diritto dei consumatori a livello globale. Ecco una panoramica pratica, ma è sempre bene verificare la normativa locale, dato che le regole cambiano di frequente.
Unione Europea
L’UE opera secondo un quadro normativo duplice. La coltivazione della canapa industriale è legale negli Stati membri che utilizzano varietà di cultivar approvate, con un contenuto di THC nella pianta inferiore allo 0,3%. Il CBD ricavato da queste piante è regolamentato come Novel Food, una qualifica attribuita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) nel 2019. Questo significa che gli integratori e i prodotti alimentari a base di CBD devono ottenere l’autorizzazione come Novel Food prima di poter essere immessi sul mercato in nuove categorie di prodotto (un processo tuttora in corso per molti marchi).
Il THC resta una sostanza controllata, ai sensi della Convenzione Unica delle Nazioni Unite, in tutti gli Stati membri dell’UE. La soglia applicata ai prodotti finiti varia da paese a paese: lo 0,2% è la più diffusa, ma alcuni paesi impongono lo 0,0% nei prodotti alimentari.
CBG, CBN e CBC non sono generalmente regolamentati in modo autonomo nella maggior parte dei paesi UE e risultano legali nei prodotti derivati dalla canapa, purché il THC resti entro i limiti consentiti.
Delta-8 THC, HHC (esaidrocannabinolo) e altri nuovi cannabinoidi semi-sintetici si trovano in una zona grigia dal punto di vista legale. Diversi paesi dell’UE si sono già mossi per vietarli espressamente: è opportuno trattarli con estrema cautela e verificare sempre la normativa locale in vigore.
Regno Unito
Dopo la Brexit, il Regno Unito segue un quadro normativo analogo, con i prodotti al CBD regolamentati come Novel Food dalla FSA (Food Standards Agency). Per poter essere venduti legalmente, i prodotti devono comparire nell’elenco dei Novel Food validati dalla FSA. Il THC è classificato come sostanza controllata di Classe B; nei prodotti finiti al CBD il limite consentito è di 1 mg per confezione.
Stati Uniti
Il Farm Bill del 2018 ha legalizzato a livello federale la canapa e il CBD da essa derivato, a condizione che la pianta contenga meno dello 0,3% di THC. La FDA, tuttavia, non ha ancora definito un percorso normativo chiaro per il CBD negli alimenti e negli integratori. Il THC (delta-9) resta invece classificato come sostanza controllata a livello federale, sebbene molti Stati lo abbiano legalizzato per uso medico o ricreativo. Il Delta-8 THC occupa uno spazio legale controverso: pur derivando dal CBD estratto dalla canapa, è stato vietato in oltre una dozzina di Stati.